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LA FONTANA DI CASSIODORO ALLA COSCIA DI STALETTI

Il monastero Vivariense di Cassiodoro è rappresentato in tre codici medievali: uno alla Stadtbibliothek di Bamberg (Bamberg Patr. 61), uno a Kassel (Gesamthochschul-Bibliothek Kassel-Landesbibliothek,Theol. Fol. 29, carta 26v) ed uno a Würzburg (M.p.th.f. 29). Quello di Bamberg è il più antico (fine dell'ottavo secolo), originario dell'Italia meridionale e deriva da un archetipo vivariense.

Tutti e tre i codici rappresentano le due chiese ed i vivai (vasche per l'allevamento dei pesci) appartenenti al monastero Vivariense. In tutti i tre codici una delle due chiese è vicina ad un corso d'acqua che sbocca nelle vasche dei vivai. La vicinanza ad un corso d'acqua è fondamentale per qualsiasi ricostruzione dell'ubicazione del monastero Vivariense; ed a lume di buon senso, l'acqua - sia dolce che salata - era necessaria per i pesci, da cui i monaci traevano sostentamento e guadagno, ma anche per le terme (balnea) annesse al monastero: non esistono bagni senza acqua, e chi vorrebbe individuare i resti del Vivariense a S. Martino di Copanello farebbe bene a ricordare questo dato fondamentale.

Il codice di Bamberga (nella foto a destra) mostra un solo fiume e ne indica il nome: FLUVIUS APELLENA [fiume Apellena]. Apellena o Pellena era l'antico nome del fiume Alessi, e Cassiodoro stesso ci informa nelle Institutiones che il monastero era vicino a quel fiume; ma non è da dimenticare che per i romani il nome di un fiume indicava anche i suoi affluenti, e che quindi l'APELLENA poteva essere l'Alessi ma anche uno dei suoi affluenti nel tratto terminale (poiché le vasche erano sulla costa, dov'è ora il Villaggio Guglielmo): il Fosso della Coscia o il Fosso Gullà. Anche il codice di Würzburg reca il nome del fiume: fluctus pellena.

Gli elementi comuni alle tre illustrazioni sono i vivai, le due chiese, di cui una era presso un corso d'acqua che sfociava nei vivai. Poiché i tre codici rappresentano due tradizioni diverse, bisogna ritenere che gli elementi in comune risalgano all'archetipo, che era un codice prodotto a Vivarium.

Il codice di Kassel e quello di Würzburg corrispondono a quello di Bamberga per quanto riguarda la chiesa presso il fiume, ma aggiungono un altro fiume, anch'esso sfociante nelle vasche dei pesci. Una delle due chiese viene così a trovarsi fra i due fiumi. Come il codice di Kassel (foto qui sotto a sinistra), anche quello di Würzburg (foto qui sotto a destra) rappresenta la chiesa fra i due fiumi, ma più vicina all'uno (quello situato a sud) che all'altro:






Se ora prendiamo a confronto la carta catastale di Stalettì per la zona, vi vediamo segnati, oltre all'Alessi, i torrenti Fosso della Coscia (a sud) e Fosso Gullà (a nord). Fra i due torrenti si snoda la Viaranda (italianizzata in "Via Grande" nella carta catastale redatta, se non erro, nel 1943), la strada romana che si congiunge con la vecchia SS 106 al punto dov'è ora la Torrefazione Guglielmo. La Viaranda e la vecchia SS 106 sono segnate in rosso nella cartina, i fiumi (Fosso della Coscia e Gullà sfociante nell'Alessi) in blu. Anche la fontana di Cassiodoro è segnata in rosso, nel punto in cui il Fosso della Coscia si avvicina maggiormente alla Viaranda. Se guardiamo al Fosso della Coscia nel foglio catastale 8, dalla fontana di Cassiodoro in giù (cioè verso il punto in cui sbocca nell'Alessi) ed agli altri due fiumi, troviamo nella carta catastale un tracciato a ferro di cavallo, come nei due codici del nono secolo. Secondo i tre codici, una delle due chiese si trovava presso il Fosso della Coscia, fra di esso ed il Gullà-Alessi; e poiché sappiamo dalle Institutiones di Cassiodoro che il monastero era vicino ad una strada frequentata, possiamo supporre che la chiesa fosse vicina alla Viaranda. Possiamo dunque ipotizzare che una delle due chiese, quella denominata Sanctus Martinus nei codici (dell'altra non si sa) fosse nelle vicinanze dell'odierna fontana di Cassiodoro.

Le due foto qui sotto in centro mettono a confronto l'illustrazione del codice di Würzburg (cliccare qui per la descrizione tratta dal catalogo di Hans Thurn in manuscripta-mediaevalia.de ed un particolare del foglio catastale 8 di StalettÙ (foto a sinistra). La configurazione a forma di ferro di cavallo del territorio fra i due fiumi è la stessa in entrambe le illustrazioni; e secondo quella dei codici la chiesa di sant'Ilario era nelle vicinanze della fontana di Cassiodoro.





La fontana di Cassiodoro


Quanto si è detto sopra è necessario per comprendere che la fontana di Cassiodoro (che, sia detto subito, non ha nulla a che vedere con l'Aretusa menzionata da Cassiodoro nelle Variae, e vedremo poi il perché) è nel pieno d'una zona indiziata vivariense, vicinissima al Fosso della Coscia ed alla Viaranda, cioè presso il luogo dove sorgeva una delle due chiese del monastero; e vi sono, nella fontana e nelle sue immediate adiacenze, segni che il luogo era considerato sacro. A Cassiodoro? ancora non si sa, ma è cosa che si dovrà studiare.

La fontana di Cassiodoro non è da identificarsi, come si è fatto di sovente, con l’Aretusa di cui parla Cassiodoro nelle Variae (Var. XII.32, scritta durante il regno di Atalarico, quindi fra il 527 ed il 534): vi si oppongono l’ubicazione, secondo l’autore "dove la spiaggia incontra la collina", cioè all’inizio della salita che porta in cima al monte Moscio, e le caratteristiche della fonte stessa, secondo Cassiodoro simile ad uno stagno, circondata da canne e con l’acqua normalmente cheta, che però improvvisamente si muove, come in ebollizione. Ecco il passo in questione:

Il re Atalarico al distinto Severo


Mentre per motivi suoi il distinto Ninfadio si recava sollecito all'augustissima corte, esausto per il lungo viaggio e desideroso di ritemprare le forze degli animali stanchi, decise di sostare presso la fonte Aretusa, perché quei luoghi sono fertili di pascoli ubertosi ed ameni per le acque irrigue. C'è, come si dice, a pie' dei colli e sopra la spiaggia del mare, una piana fertile dove una fonte che sgorga copiosa ha coperto le sue sponde di canne che la cingono come corona. (Var. XII.32.1).

[Cum Nymphadius v.s. pro causis suis ad comitatum sacratissimum festinaret, itineris longinquitate confectus animalia fessa reparare contendens, ad fontem Arethusam in Scyllatino territorio constitutae elegit ponere mansionem, eo quod ipsa loca et pasturarum ubertate fecunda sint et aquarum inundatione pulchrescant. Est enim, ut dicitur sub pede collium, supra maris harenam fertilis campus, ubi fons vastus egrediens cannis cingentibus in coronae speciem riparum suarum ora contexit]

Una sorgente con queste caratteristiche esiste, ma non è la fontana di Cassiodoro; si trova invece dietro il cementificio abbandonato sulla vecchia statale 106. I vecchi del luogo ricordano che vicino alla sorgente c’era una grotta capace di dar posto a dodici muli. Il sito, all’inizio della salita per Stalettì, si presta ad un luogo di sosta per mulattieri; oggi vi sostano lucciole e coppiette clandestine. Secondo le indicazioni dei vecchi della zona, la fontana Aretusa doveva trovarsi sotto le pietre liberalmente scaricate là durante la costruzione della torrefazione Guglielmo; quando scattai la foto qui sotto c'era ancora un filo d'acqua superstite.

La fontana di Cassiodoro è relativamente moderna e coeva, nella facciata, (a giudicare dallo stile) alla cappellina di fronte al Casino Pepe, ora una rovina, datata al 1807 da un’iscrizione sovrastante l’altare. La maschera della fontana, in particolare, non è antica, ma è un’imitazione di gusto prettamente ottocentesco; e se il suo naso, pudicamente ricoperto dal muschio, è camuso, ciò non è a motivo dell'antichità, ma perché una sera uno del luogo rientrò inebriato e glielo mozzò a suon di bastonate.



I dati veramente importanti dal punto di vista storico ed archeologico sono l’interno della fontana, la cebbia e le condutture d’acqua circostanti; quelli, appunto, ignorati dal piano regolatore di Stalettì.

L’interno della fontana è una grotta naturale, visibile attraverso un’apertura rettangolare, nel 1960 ancora chiusa da un pannello con una grande croce latina in terracotta; ce ne resta una foto pubblicata da Rosario Casalenuovo nella sua 'Guida storico-turistica di Stalettå' alla pagina 74. L’interno, evidentemente anteriore alla facciata della fontana, è una grotta naturale, ora riempita nella parte inferiore di sabbia e di detriti. Nella parte superiore e nella volta le pareti sono rivestite di mattoni, e sui mattoni c’è un rivestimento che dal colore pare intonaco. L’acqua che filtra dalla roccia si raccoglie un un pozzetto quadrangolare, nella cui parte inferiore è intagliato un foro da cui l’acqua passa nel bacino esterno della fontana. Nell’interno, scalfita nella parete, c’è un’iscrizione:



Proposte di lettura sono benvenute. La lettura, da considerarsi strettamente un'ipotesi di lavoro - e Deo iuvante spiegherò i motivi di tale lettura al prossimo International Medieval Congress di Leeds, 7-10 luglio 2014 - :

IO uo III,


il tutto in una cornice quadrangolare. IO è una nota abbreviazione per IO(annes), uo è forse un monogramma di uios (figlio), III è un simbolo trinitario. Quindi Giovanni professa la sua fede in Cristo, Figlio (huios) di Dio ed Uno della Trinità.

Un Giovanni vescovo di Squillace è ben attestato dalle lettere di papa Gregorio Magno; ed oltre che dalle lettere, la partecipazione più o meno desiderata del vescovo alle vicende del monastero Castellense (così era noto il Vivariense all'epoca di Gregorio Magno) risulta anche da un codice vivariense, il Reg.lat. 2077 della Biblioteca Apostolica Vaticana, che al f. 1 ha la nota di possesso:

EP+IOVC


cioè EP(iscopus)+IO(annes) V(ir) C(larissimus): il chiarissimo +Giovanni vescovo.

Con la croce, ora scomparsa, sul pannello esterno, e le due croci nella cebbia sottostante, l’iscrizione indica che il sito della fontana era considerato sacro.

Alla fontana è annessa una cebbia (cisterna) rettangolare per l’irrigazione dei campi. Secondo il custode del luogo, condutture in mattoni portavano l’acqua dalla fontana alla cebbia; ora il fango copre tutto, e non ricordo che alcun grido di dolore si sia mai levato per la cebbia, che pure lo meriterebbe appieno. La parete est della cebbia sembra di età medievale; quella sud fu, dicono, rifatta pochi anni addietro (di là si irrigavano i campi); quella ovest è invisibile, perché ricoperta da spessi cespugli, il lato nord è a ridosso della collina, quindi non accessibile. Nella parete est c’è un nicchia incorniciata da un bordo in intonaco d’argilla, sormontata da una croce e da un’iscrizione scalfita nell’intonaco:


Questa nicchia si può datare genericamente all'alto Medioevo, e la croce può forse trovare corrispondenza nelle sculture rupestri dell’Italia meridionale (particolarmente la Basilicata) studiate da Marina Falla Castelfranchi. Anche qui, come nella la fontana sovrastante, c’era una costruzione preesistente: questa parete della cebbia è costruita direttamente su roccia granitica, e la nicchia si apre su un lastrone della roccia stessa, in cui è intagliato un foro circolare per il passaggio dell’acqua, simile a quelli trovati comunemente in condutture romane. Nella foto qui sotto una lucertolina si gode il sole d'autunno nel punto da dove un tenpo sgorgava l'acqua; al foro scavato nella roccia viva si sovrapposero poi la nicchia e la croce con relativa iscrizione:

La terza croce è scalfita nel cemento sul lato ovest della cebbia. Questo è il lato che fu rifatto in epoca moderna, ma la croce forse riproduce una preesistente (ora scomparsa), ed è un ulteriore elemento a favore dell’ipotesi che quello fosse considerato un luogo sacro.

Al complesso fontana-cebbia sembrano appartenere anche i frammenti di tubature d’acqua pochi metri a monte della fontana:

La conduttura portava acqua dal Fosso della Coscia in direzione della fontana, sfruttando il declivio naturale della collina. Benché visibilissima, la conduttura non è mai stata pubblicata dagli appassionati di storia locale. Questo complesso si trova a pochi metri dalla Viaranda, una strada romana ancora intatta nella sua parte superiore. Ad esso devono aggiungersi i numerosi frammenti antichi di materiale da costruzione (mattoni, pietre squadrate od intagliate) rinvenuti nei prati sottostanti alla fontana di Cassiodoro ed al Casino Pepe; e quelli (concio d’arco, pietre squadrate) reimpiegati per la costruzione del Casino Pepe ed incorporati nei suoi muri, visibilissimi a chiunque prima della malaugurata ristrutturazione del Casino con fondi della Comunità Europea ad opera del Comune di Stalettì che, senza preoccuparsi di porre un tetto sul Casino, si è affrettato a ricoprirne le pareti di cemento.

A conclusione, si può dire che è tempo per un’approfondita indagine archeologica. Intorno al Casino Pepe alla Coscia di Stalettì sono ancora visibili reperti tardoantichi e medievali. Di per sé, ciò non prova che essi siano fossili delle fondazioni di Cassiodoro modificate in epoca medievale; ma il fatto che essi si trovino nella zona topograficamente indiziata vivariense e luogo di culto rende tale ipotesi molto probabile. Essa va quindi verificata. Si aggiunge agli altri indizi la tradizione orale, ancora viva fra la popolazione locale e non viziata da fonti più o meno erudite, che ha da sempre chiamato la fontana vicino al Casino Pepe la "fontana di Cassiodoro," ben nota a tutti, mentre l’Aretusa, è nota solo agli eruditi. Il burrone del monte di Stalettì, direttamente in faccia al Casino Pepe, si chiama nella parlata locale "burrone di Cassiodoro." Guglielmo Pepe, l’ultimo della sua famiglia che fu proprietario del Casino Pepe alla Coscia di Stalettì, ricorda i resti di "antiche piscine di Cassiodoro" vicino al Casino. Fossero la cebbia od altri monumenti ora scomparsi, essi venivano attribuiti senza esitazione a Cassiodoro. La stessa sicurezza d’attribuzione si ritrova negli affreschi all’interno di Casa Rusidu, una dimora signorile ad Ariavucati, oggi di proprietà della famiglia Zaccone-Vitali. Quella casa è molto vicina al fiume Alessi, e lì sono affrescati sulle pareti monaci vestiti di nero fra scene di lavori campestri e peschiere che ancora hanno un’arcata -il che corrisponde all’illustrazione del codice di Würzburg. Evidentemente la memoria di Cassiodoro e dei suoi monaci e dei vivai era ben viva al tempo dell’affresco, di cronologia ancora indeterminata, forse 1500-1700.

Che cosa si fa in per valorizzare il sito del Vivariense? Lo stato italiano non è rimasto inoperoso, mentre a livello locale occhio non vede e cuore non duole. Per la tutela paesaggistica ed ambientale, volta a preservare il carattere di feudo rustico della Coscia di Stalettì, ci sono stati interventi da parte del Ministero ai Beni Ambientali. e della Soprintendenza ai Beni A.A.A.S. di Cosenza, che nel 1998 propose al Ministero competente il vincolo paesaggistico per la zona di Stalettì, e fece fin dal 1995 sopraluoghi con ricca documentazione fotografica. Si deve alla Soprintendenza di Cosenza anche la temporanea sospensione dei lavori al Casino Pepe. La costruzione a scopi non determinati di due capannoni di cemento, iniziata da Guglielmo Papaleo, ferma nel dicembre 1999, riprese in seguito. Dal punto di vista archeologico c’è ancora tutto da fare: solo una delle mie segnalazioni alla Soprintendente dott.ssa Elena Lattanzi ebbe riscontro, ma non ci fu un sopralluogo fino al marzo 2013. I mass media si occuparono periodicamente dell’esterno della fontana, di S. Maria del Mar, e del Casino Pepe, ma tacciono sui siti veramente importanti.

Si è parlato di speculazioni edilizie, e dell’atavico attaccamento dei proprietari alle loro terre, ma ciò non spiega lo spiccato carattere anticattolico di certe iniziative ed episodi di dissacrazione. Al primo si possono ascrivere la sistematica laicizzazione dei nomi: la fontana di Cassiodoro diventa Aretusa, Serra della Croce diviene Villa Ciluzzi, Maria Madre di Dio è ora S. Maria del Mar. Episodi di dissacrazione sono la rimozione o distruzione di immagini sacre, quali la croce attestata alla fontana di Cassiodoro, la sparizione di un quadro della Madonna con una pastorella alla cappellina Pepe, l’incuria riguardo alla cappella ed il mucchio di rifiuti provenienti dal ristorante "Le Terrazze" gettati vicino all’immagine della Vergine delle Rocce presso il tunnel di Copanello [scrivevo questo nel 2000; ora -2012 - il ristorante "Le Terrazze" ha una nuova gestione, condotta con nuovo tatto e nuova sensibilità). Questi episodi sono espressione di una mentalità anticattolica, probabilmente espressione di correnti massoniche locali. Una verifica è impossibile, perché la massoneria è una società segreta, storicamente forte in Calabria, particolarmente fra gli intellettuali e la nobiltà, specie quella importata in Calabria con la formazione del Regno d’Italia, e quella che, pur ben più antica (come ad esempio i Lucifero di Crotone, proprietari di gran parte della Coscia di Stalettì) fu tradizionalmente di idee liberali. A Stalettì vi sono da diversi anni regolari sedute spiritistiche, si è aperta recentemente una nuova loggia massonica; e certo la distruzione, per incuria od altro, di qualsiasi monumento di origine religiosa ben si inquadra nei programmi di un movimento ispirato al volteriano "Ecrasez l’infame." Comunque sia, bisogna proseguire lungo linee di indagine archeologiche, continuando nell’azione di tutela a suo tempo iniziata.

P.S. Quasi vent'anni dopo: Mia povera fontana - rapata...


La famiglia di allevatori che affittava il terreno indiziato vivariense alla Coscia di Stalettì se ne andò nel 2005 e da allora la zona è in stato di abbandono. Ecco come si presentano ora la cebbia con le croci (foto a sinistra) e la fontana (foto a destra), priva ormai del verde che le faceva corona:

FOTO A DESTRA IN ARRIVO!